Siamo sempre portati a pensare che l'Universo, immenso, infinito sia un qualcosa di esterno a noi, di lontano, come un qualcosa di incomprensibile e di inavvicinabile. Forse la causa può ricadere in parte negli insegnamenti di scienze nella scuola, dove dai libri di testo non si percepisce la reale identità del Cosmo; in altra parte invece (ma questa è una caratteristica della cultura cosiddetta "occidentale") è legata alla convinzione di interpretare la natura e lo spazio come un qualcosa di quantificabile, classificabile, dimostrabile (teoria newtoniana). Vengono completamente esclusi tutti quei fenomeni a cui non si può dare una spiegazione e in base a questo, semplicemente non esistono. Ebbene noi stessi siamo Universo, siamo fatti di Universo, l'Universo è in noi, dalla particella più piccola che si possa immaginare (e scoprire, anche se la fisica ha fatto passi da gigante in questo senso), a quello che effettivamente di grande, immenso e lontano si riesca a pensare (o vedere...). Altro presupposto di cui siamo convinti è la logica dei "compartimenti" con cui osserviamo la realtà. Siamo cioè abituati a immaginare che ogni oggetto vivente e non vivente sia "finito", abbia dei confini fisici (ad es.: il corpo, la forma esterna di una pietra, di un animale, di una pianta o anche di un pianeta o di una stella): finisce lì, poi inizia "l'altro", il resto. Allora invito a rispondere a questa domanda: se l'universo è infinito e quindi non ha confini, e considerato che noi stessi, come il resto del mondo vivente e non vivente che ci circonda, siamo sempre universo, come possiamo ritenerci e ritenere le altre cose finite, confinate?
L'esperienza a contatto con la natura che organizzeremo il prossimo 9 maggio 2010 al Bosco del Cerquone - Parco naturale dei Castelli Romani, avrà l'obiettivo di stimolare queste riflessioni, attraverso emozioni ed esperienze sul concetto di finito, infinito e "continuo" in un contesto naturale con il quale ci integreremo. Un'esperienza che ci aiuterà a... sentirci natura.
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